Ad agosto gli uffici sono tutti vuoti…

178.328 posti di lavoro lo sono tutto l'anno!

10 Agosto 2026
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Sette mesi fa, commentando un’inchiesta di VITA.it, avevamo scritto che in Italia l’inclusione lavorativa rischia di restare una promessa più che una realtà. In quel post — Dal “fallimento silenzioso” all’azione quotidiana — il punto centrale era uno: non basta accompagnare l’ingresso nel lavoro, bisogna rendere possibile la permanenza, soprattutto quando si parla di disabilità intellettive, cognitive e di autismo. Torniamo su quel tema perché nel frattempo sono arrivati i dati ufficiali. E raccontano una situazione ancora più netta. La cifra che allora circolava — circa 145mila posti obbligatori scoperti — è superata dal dato della XII Relazione al Parlamento, pubblicata nel dicembre 2025, che ne documenta 178.328. Le due rilevazioni non sono sovrapponibili nei metodi e nei periodi di riferimento, ma la direzione è inequivocabile. Quando si parla di disabilità e lavoro si tende del resto a usare una parola sola per realtà molto diverse fra loro. Il mercato del lavoro non tratta tutte le disabilità allo stesso modo, e capire dove si concentrano gli ostacoli è il primo passo per rimuoverli.

Disabilità e lavoro in Italia: il quadro generale

Il tasso di occupazione delle persone con gravi limitazioni funzionali in età lavorativa si ferma al 32,5%, contro una media nazionale intorno al 58,9% (dati Istat). Nel Mezzogiorno scende ulteriormente, fino al 18,9%. Poco più di una persona su tre lavora, dove ne lavorano quasi sei su dieci. Il divario non riguarda però solo l’accesso: riguarda anche la qualità del lavoro. Sempre secondo Istat, circa il 32% delle persone con disabilità occupate ha un contratto part-time e oltre il 40% svolge mansioni a bassa qualificazione. In altre parole, anche quando l’assunzione arriva, tende a collocarsi nelle posizioni meno stabili e meno qualificate dell’organizzazione.

Disabilità motoria e lavoro: barriere concrete, soluzioni concrete

La disabilità motoria è il caso da cui conviene partire, perché mostra con chiarezza la differenza fra un ostacolo culturale e un ostacolo materiale. A parità di condizioni, un profilo motorio incontra meno resistenze sul piano del pregiudizio: la capacità lavorativa non viene messa in dubbio e la mansione è più facilmente immaginabile. L’ostacolo si sposta però sul piano fisico e organizzativo, e assume forme molto concrete: uno scalino all’ingresso, un bagno non accessibile, una postazione non adattata, un parcheggio troppo lontano, un turno incompatibile con i tempi del trasporto pubblico. Sono barriere reali ( ed estremamente faticose). Ma, a differenza del pregiudizio, sono rimovibili con una spesa quantificabile. Ed è proprio qui che negli ultimi anni la normativa si è mossa di più.

L’accomodamento ragionevole

Lo strumento giuridico è l’accomodamento ragionevole, previsto dall’articolo 3 del D.lgs. 216/2003: il datore di lavoro è tenuto ad adottare gli adattamenti che consentono alla persona con disabilità di lavorare nelle stesse condizioni degli altri, salvo che comportino un onere sproporzionato. Non è un principio astratto. Le linee guida ministeriali sul collocamento mirato prevedono che i Fondi regionali rimborsino forfetariamente le spese di accomodamento per i lavoratori con riduzione della capacità lavorativa superiore al 50%, comprese le tecnologie di telelavoro e la rimozione delle barriere architettoniche. Sul piano giurisprudenziale, due pronunce della Corte di giustizia dell’Unione europea dell’11 settembre 2025 hanno ulteriormente allargato il perimetro dell’obbligo, estendendone la logica anche alla posizione dei caregiver.

Il lavoro agile

Il secondo strumento è il lavoro agile. L’articolo 18 della legge 81/2017 già riconosceva una priorità alle richieste dei lavoratori con disabilità grave. La legge 106/2025 è andata oltre: dal 1° gennaio 2026 introduce una precedenza rafforzata per i lavoratori con patologie gravi o con invalidità pari o superiore al 74%, con l’onere per il datore di motivare per iscritto l’eventuale diniego quando la mansione è tecnicamente compatibile con il lavoro da remoto. Per chi ha una disabilità motoria questo non è un beneficio accessorio. Spesso è ciò che rende sostenibile un’intera giornata di lavoro, perché elimina in un colpo solo il problema del trasporto, dell’accessibilità della sede e della fatica dello spostamento. Le risorse disponibili: il piano regionale toscano approvato a luglio 2026 mette a disposizione esattamente quello che serve: fino a 10.000 euro per l’adeguamento dei locali, 5.000 per la trasformazione della postazione, 3.000 per le tecnologie di telelavoro, 2.000 per la mobilità verso il luogo di lavoro. A livello nazionale, il Fondo per il diritto al lavoro delle persone con disabilità dispone per il 2026 di 76,18 milioni di euro. Ecco nostro avvso il punto il punto. Per la disabilità motoria l’ostacolo è oggi il più facile da rimuovere e il meglio finanziato. Se ciononostante il tasso di occupazione resta a un terzo della media nazionale, il problema non sta negli strumenti, ma nella disponibilità a usarli.

 

Perché conviene non assumere: il meccanismo degli esoneri

C’è un dato che spiega, più di ogni altro, perché il quadro non si muove. La XII Relazione al Parlamento sullo stato di attuazione della legge 68/1999, riferita agli anni 2022-2023 e pubblicata nel dicembre 2025, documenta 178.328 posti di lavoro scoperti rispetto alle quote di riserva. Non posti da creare: posti già previsti dalla legge, che semplicemente restano vuoti. Gli esoneri sono triplicati in dieci anni: Perché restano vuoti lo dice il secondo dato. Le pratiche di esonero parziale — lo strumento con cui un datore di lavoro chiede di essere sollevato dall’obbligo di assunzione versando un contributo — sono passate da 2.476 nel 2013, con una perdita di 6.387 posti riservati, a 3.600 nel 2023, con una perdita di 16.939 posti. In dieci anni le pratiche sono aumentate di circa la metà, ma i posti sottratti sono quasi triplicati.

Il conto è presto fatto

Il contributo esonerativo, che confluisce nel Fondo regionale per l’occupazione delle persone con disabilità previsto dall’articolo 14 della legge 68/99, è di 39,21 euro per ogni giorno lavorativo e per ogni posizione non coperta. Su un anno: poco meno di 10.000 euro per posto. Meno del costo lordo di un dipendente, senza alcun onere organizzativo. La sanzione per chi invece non adempie affatto è ben più pesante — le rilevazioni più recenti la collocano oltre i 196 euro al giorno, cioè oltre 70.000 euro l’anno per posto scoperto — ma è storicamente applicata in modo sporadico, mentre l’esonero è una procedura legittima, veloce e a costo noto.  Va detto con onestà: l’esonero parziale nasce come istituto legittimo, previsto per attività effettivamente incompatibili con determinate mansioni. Il punto è l’uso che se ne fa. La critica più circostanziata, avanzata a commento della XII Relazione, è che le autorizzazioni vengano concesse anche a banche, assicurazioni e aziende informatiche: contesti in cui la faticosità o pericolosità delle mansioni — il presupposto di legge — è difficile da argomentare.

Chi paga davvero: autismo, disabilità intellettive e salute mentale

Quando l’adempimento diventa una transazione economica, l’impresa che comunque assume tende a scegliere il profilo che richiede meno adattamento. Il dato lo conferma: fra gli occupati tramite collocamento mirato, il 61,9% ha un grado di disabilità inferiore al 67%. L’inserimento si concentra sulle disabilità più lievi e prevalentemente fisiche o sensoriali. La disabilità intellettiva, il disturbo dello spettro autistico e la disabilità psichica — quelle che richiedono mediazione, tutoraggio, adattamento dell’ambiente e tempi più lunghi — restano in coda.

I numeri dell’esclusione

  • Persone con disabilità intellettiva e disturbi del neuro sviluppo disponibili al lavoro ed effettivamente occupate: 40,3%, e fra queste solo due su dieci con un contratto a tempo indeterminato — mentre l’86,2% si dichiara in grado di svolgere un’attività lavorativa (indagine Anffas–Fondazione Studi Consulenti del Lavoro, 2026).
  • Persone autistiche oltre i vent’anni che lavorano: circa il 10% (stima Censis/Anffas, dato ormai datato ma mai sostituito).
  • Persone nello spettro autistico in Italia: circa l’1% della popolazione, ossia intorno alle 500.000. Nella fascia 7-9 anni la prevalenza rilevata è di un bambino su 77.

Un sistema che non conta chi fa più fatica

C’è poi un dato che è tale per assenza. La stessa Relazione al Parlamento registra 880.997 iscritti al collocamento mirato nel 2023, ma non rileva quante di queste persone abbiano una disabilità intellettiva o mentale: una quota che gli analisti stimano attorno alla metà del totale. Un sistema che non conta chi fa più fatica non può nemmeno accorgersi di non averlo collocato. L’invisibilità statistica precede e alimenta l’invisibilità occupazionale. Lo stesso vale per i servizi. A fronte di 1.214 centri censiti per la diagnosi e la presa in carico dell’autismo (dato aggiornato a marzo 2024), solo 648 erogano prestazioni anche per l’età adulta. Il sistema è costruito per accompagnare i bambini e si assottiglia bruscamente quando quei bambini diventano adulti. Il costo che nessuno mette a bilancio: Le conseguenze non sono soltanto economiche… Per una persona nello spettro autistico o con un disturbo psichico, il lavoro non è solo reddito: è struttura della giornata, ruolo sociale riconosciuto, relazioni al di fuori del nucleo familiare, sottrazione al rischio di ritiro. L’esclusione dal lavoro non lascia la salute mentale dove l’ha trovata: la peggiora. Ed è un peggioramento che poi ritorna, sotto forma di domanda, ai servizi sanitari e sociali che quella persona avevano già in carico. Il risparmio dell’impresa, in altre parole, non è un risparmio collettivo: è un costo spostato. Cosa è cambiato nella normativa nazionale: Fra il 2024 e il 2026 il quadro si è mosso più che nei dieci anni precedenti. La riforma delle disabilità e il progetto di vita: Il decreto legislativo 62/2024, attuativo della legge delega 227/2021, sostituisce l’approccio biomedico con quello bio-psico-sociale e introduce due strumenti destinati a cambiare il modo in cui si progetta: la valutazione multidimensionale e il progetto di vita individuale, personalizzato e partecipato, con annesso budget di progetto. La riforma non è ancora a regime. È in sperimentazione dal 1° gennaio 2025 al 31 dicembre 2026, con estensione nazionale prevista dal 1° gennaio 2027. La sperimentazione è partita da nove province — fra cui Firenze — si è allargata ad altre nove dal 30 settembre 2025 e ad ulteriori quaranta dal 1° marzo 2026. Due dettagli rilevanti per il nostro tema: i disturbi dello spettro autistico sono fra le tre prime condizioni di salute su cui si sperimentano i nuovi criteri di accertamento, e il decreto-legge 19/2026 ha ridefinito il flusso dell’istanza, spostandone la gestione digitale sull’INPS.

Le novità sul collocamento mirato

La legge 68/1999 resta l’impianto — quote d’obbligo, riserve e incentivi non sono stati toccati dalla riforma — ma ha subito due innesti significativi. Il primo è il nuovo articolo 14-bis introdotto in sede di conversione del decreto-legge 159/2025 (legge 198/2025), che modifica sia le convenzioni di inserimento lavorativo dell’articolo 12-bis della legge 68/99, sia le convenzioni quadro dell’articolo 14 del decreto legislativo 276/2003. L’effetto è un allargamento della platea dei soggetti che possono ricevere commesse: accanto alle cooperative sociali di tipo B entrano gli enti del Terzo settore non commerciali e le società benefit, con un innalzamento della quota assolvibile per questa via. È una modifica che ha diviso il settore. Le posizioni critiche osservano che si estende uno strumento nato per l’inserimento lavorativo a soggetti che, per natura giuridica e mission, quell’inserimento non lo praticano. Il rilievo merita attenzione: la convenzione ex art. 14 non è un adempimento contabile, ma un percorso che richiede tutoraggio, mediazione con l’azienda committente e gestione delle criticità. Il secondo innesto è la legge 112/2026, in vigore dal 28 giugno 2026: il lavoratore con disabilità mantiene la posizione in graduatoria anche in caso di contratto a termine o di apprendistato, fino alla trasformazione o alla stipula di un tempo indeterminato. La stessa legge introduce però un limite di dodici mesi complessivi per i tirocini extracurriculari svolti nello stesso gruppo di imprese.

Le risorse per l’autismo

Il decreto ministeriale del 13 ottobre 2025 ha ripartito 30 milioni di euro del Fondo unico per l’inclusione destinati a persone con disturbi del neuro sviluppo e dello spettro autistico, con una quota fissa di 100.000 euro per Regione e una quota proporzionale alla popolazione. Le Regioni hanno però giudicato l’importo inadeguato al bisogno e chiesto una programmazione almeno biennale, per evitare che i progetti si interrompano al termine dell’annualità. È una richiesta ragionevole: nessun percorso di inserimento lavorativo produce risultati in dodici mesi. Il nuovo piano per la salute mentale: dopo oltre dieci anni è stato aggiornato il documento strategico nazionale. Il Piano di Azione Nazionale per la Salute Mentale 2025-2030, licenziato in Conferenza Unificata a fine 2025, è incentrato sul ruolo del Dipartimento integrato e inclusivo e sul potenziamento dei servizi territoriali, con un’esplicita apertura all’orientamento alla recovery. La legge di bilancio 2026 lo finanzia con 80 milioni per il 2026, 85 per il 2027, 90 per il 2028 e 30 milioni annui dal 2029, cui si aggiungono risorse dedicate all’assunzione di personale. Va segnalata anche l’Intesa Stato-Regioni del dicembre 2025 sulla nuova metodologia di calcolo dei fabbisogni di personale, che colma l’assenza della salute mentale dal disegno dell’assistenza territoriale del DM 77/2022.

La Toscana: 6,5 milioni per l’inserimento lavorativo

La Regione si muove su vari paini:  Il 28 luglio 2026 la Giunta regionale ha approvato un piano da 6,5 milioni di euro per l’inserimento e la permanenza al lavoro delle persone con disabilità, operativo sulle attività avviate dal 1° agosto: 4 milioni per la generalità delle persone iscritte al collocamento mirato e 2,5 milioni per una linea dedicata alla disabilità psichica, storicamente la più penalizzata. Il pacchetto prevede:

  • assunzioni a tempo indeterminato e apprendistato: fino a 15.000 euro, elevati a 20.000 in caso di disabilità psichica, con maggiorazioni per condizioni di particolare fragilità o quando l’impresa non è soggetta agli obblighi di legge;
  • accomodamenti ragionevoli: fino a 10.000 euro per l’adeguamento dei locali, 5.000 per la postazione, 3.000 per le tecnologie di telelavoro, 2.000 per la mobilità;
  • passaggio scuola-lavoro: fino a 30.000 euro, che salgono a 42.000 per la disabilità psichica, per progetti rivolti a studenti con disabilità e neodiplomati;
  • sostegno a tutor ed educatori, formazione, supporto tra pari e istituzione in azienda della figura del responsabile dell’inserimento lavorativo;
  • bonus aggiuntivo di 3.000 euro — 4.000 in caso di disabilità psichica — per le imprese che assumono persone titolari di un progetto di vita.

Gestione e monitoraggio sono affidati ad ARTI. Il Comitato regionale per la gestione del Fondo, si è insediato il 1° luglio 2026. Vale la pena notare da dove arrivano, in parte, queste risorse: il Fondo regionale per l’occupazione delle persone con disabilità è alimentato proprio dai contributi esonerativi e dalle sanzioni versati dalle imprese che non assumono. È un circuito virtuoso solo a metà — restituisce al territorio il denaro dell’inadempimento, ma non produce i posti di lavoro che quell’inadempimento ha sottratto. Vita indipendente: con la delibera 525 del 27 aprile 2026 la Giunta ha assegnato 6.245.995,60 euro per le annualità 2026 e 2027 ai progetti di sostegno alla vita indipendente delle Società della Salute e delle Zone distretto, con l’obiettivo di abbattere le liste di attesa e con le nuove prese in carico a partire dal 1° luglio 2026.

Il piano regionale autismo

Qui il tassello manca ancora. Il Piano, il cui percorso è avviato dal 2024 con un gruppo tecnico e con la Consulta regionale delle associazioni, è annunciato entro il 2026 e poggerà su quattro pilastri: inclusione scolastica, accesso a lavoro e tirocini, vita indipendente, rafforzamento dei servizi sociosanitari. Fino alla sua adozione, la programmazione sull’autismo adulto resta affidata ai fondi nazionali ripartiti alle Zone distretto e alla progettualità dei singoli territori. Su questo la Società Della salute di Firenze si è già mossa promuovendo tavoli con tutti gli attori, le cui risultanze,  determineranno le linee d0indirzzo per successiva co-progettazione.

Perché ci torniamo

A gennaio avevamo chiuso dicendo che ridurre il gap dell’inclusione lavorativa significa progettare, accompagnare, adattare, accomodare ragionevolmente e restare. I dati usciti da allora non ci hanno smentiti: hanno solo reso più chiaro dove si concentra il problema. Le disabilità intellettive, i disturbi dello spettro autistico e la disabilità psichica sono le condizioni che il collocamento mirato colloca meno e peggio, perché sono quelle che richiedono più mediazione. È esattamente il terreno su cui lavoriamo ogni giorno: con il progetto L.I.R.A. sui percorsi di inserimento e sull’orientamento, con Mani in Pasta e con il laboratorio di orto-giardinaggio sull’apprendimento in contesti reali per le persone nello spettro autistico, con la funzione di Disability Manager come ponte fra istituzioni, famiglie, scuole e imprese.

Perché il punto, alla fine, è sempre lo stesso: il lavoro non è un episodio. È una traiettoria possibile, e va costruita, per tutti e tutte…

 

 

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